domingo, 18 de julio de 2021

Formalismo jurídico

 Se trata de una carta al director (de El País) de 6 de julio, que no me han publicado y referida a un artículo de Manuel Aragón sobre el tema del estado de alarma o de excepción a propósito de la pandemia.

FORMALISMO JURÍDICO

En su artículo del 6 de julio, ¿Alarma o excepción?, Manuel Aragón sostiene que la clave a propósito de la constitucionalidad o no del pasado estado de alarma no radica en la distinción entre alarma y excepción, sino entre limitar y suspender derechos. Y me pregunto: ¿No estará la clave en preguntarse directamente si las medidas en cuestión estaban o no justificadas? Y si, como cualquier persona con sentido común parece pensar, sí que lo estaban, ¿qué es lo que lleva a tantos de nuestros constitucionalistas -no sólo a Aragón- a concebir el Derecho como si se tratara de un obstáculo que hay que superar para hacer lo correcto? ¿Quizás el formalismo jurídico que sigue imperando en nuestra cultura jurídica?

miércoles, 8 de abril de 2020

Tres minutos de Filosofía del Derecho

Incluyo una serie de vídeos del programa dirigido por Danny Cevallos y Yigal Olivares "Tres minutos de Filosofía del Derecho".

3 minutos de filosofía del derecho:



La importancia de la filosofía del derecho:



Sócrates:



Reglas y principios:



Platón y la filosofía del derecho:



Normas Constitutivas:



Aristóteles; derecho y justicia:



El ordenamiento jurídico y las lagunas en el derecho:


miércoles, 18 de diciembre de 2019

Carta de Luigi Ferrajoli sobre el procés

Se trata de una carta dirigida a Perfecto Andrés Ibáñez y a mí, en contestación a un correo que le había enviado cada uno mostrando la extrañeza y preocupación por la noticia aparecida en Sinpermiso del pasado día 9 de diciembre y firmada por Roger Graells Font.


Carissimi Perfecto e Manolo,
       Sono anch’io enormemente amareggiato per l’impressione di una mia qualche indulgenza per l’indipendentismo catalano, generata dal resoconto giornalistico di un mio intervento in una tavola rotonda svoltasi qui a Roma il 28 novembre, davanti agli studenti nella mia università. E, naturalmente, ciò che più mi addolora è il dissenso, o meglio l’incomprensione intervenuta tra di noi.  Gran parte del mio intervento qui a Roma è stato dedicato a due questioni. La prima è stata la netta negazione dell’esistenza di un diritto all’autodeterminazione dei popoli in un paese democratico nel quale siano garantiti, come in Catalogna, i diritti fondamentali di tutti. Ho sostenuto l’ovvia tesi che il diritto all’autodeterminazione è stato concepito, nelle attuali carte internazionali, al fine di promuovere i processi di decolonizzazione e, comunque, di liberazione da oppressioni straniere. L’indipendentismo della Catalogna, tra le regioni più ricche della Spagna è invece (l’ho sostenuto anche nel mio “Manifiesto por la igualdad”, Trotta, pp. 43-44, appena tradotto da Perfecto), una forma inaccettabile di secessionismo dei ricchi.
        La seconda questione, ancora più di fondo, riguarda una minaccia che, sia pure in forme diverse, sta avvelenando la politica nei nostri paesi, a cominciare dall’Italia: l’estrema pericolosità, per il futuro delle nostre democrazie, dei tanti conflitti identitari promossi con crescente successo da formazioni di estrema destra cementate da rivendicazioni di tipo nazionalista (in Italia diciamo anche “sovranista”) e talora razzista, nonché da una concezione della democrazia informata alla logica schmittiana dell’amico-nemico: America first, prima gli italiani, no alle invasioni dei migranti, no all’Unione Europea e alle sue prescrizioni e, in Spagna, per di più, il secessionismo catalano e il riemergere dei nazionalismi. In Italia – ma qualcosa di simile è accaduto negli Stati Uniti, in Ungheria, in Polonia e rischia di accadere anche in Germania – queste pulsioni e queste politiche identitarie sono alla continua ricerca di nemici: la casta dei politici, l’Europa, i migranti, i devianti, gli stranieri. Stanno tornando, ad opera delle campagne demagogiche che fanno leva sulla paura per i diversi, i nazionalismi e i campanilismi aggressivi ed ottusi, che rischiano di far fallire il progetto europeo ed anche di avvelenare le nostre democrazie. Qualche anno fa il secessionismo in Italia della Lega Nord, che non è stato affatto un fenomeno folcloristico ma una minaccia al nostro assetto costituzionale, dette vita dapprima, il 15 settembre 1996, a una “Dichiarazione di indipendenza della Padania” (entità regionale totalmente inventata) e poi, il 25 maggio 1997, a un referendum, oggi da tutti dimenticato, per l’indipendenza e la sovranità della Padania nel quale votarono 4.883.863 persone e il cui risultato fu il 97% dei consensi (naturalmente al referendum votarono solo i leghisti, giacché nessuno, meno che mai il governo e la magistratura, lo considerò – o, meglio, volle considerarlo – una cosa seria). Oggi la Brexit, di nuovo, è il risultato di un nazionalismo inglese reazionario all’insegna di un’impossibile restaurazione della passata identità imperiale, in conflitto, tra l’altro, con gli opposti nazionalismi scozzese e irlandese. Ma sentimenti nazionalisti e di reciproca avversione – italiani conto tedeschi e viceversa, olandesi e tedeschi contro greci, polacchi e ungheresi contro l’intera Unione – stanno sviluppandosi in tutti i paesi europei.
       Dunque con il mio breve intervento qui a Roma, dove mi premeva soprattutto convincere gli  studenti della contraddizione tra i conflitti identitari e il rispetto delle differenze sul quale si fonda la democrazia, ho espresso esattamente l’opposto di una qualche indulgenza, che purtroppo traspare dall’articolo di giornale inviatomi da Perfecto, nei confronti dell’indipendentismo catalano. Ma proprio perché i conflitti identitari, come l’esperienza insegna, si auto-alimentano e si radicalizzano se non sono mediati e rapidamente risolti dalla politica, cioè dal dialogo e dal confronto, mi è sembrato del tutto controproducente – questa è stata la sostanza del mio intervento sul processo – che una questione eminentemente politica come quella catalana sia stata trattata soltanto con il diritto penale e, conseguentemente, con la carica drammatizzante, criminalizzante e vittimizzante rivestita dapprima dalla carcerazione preventiva e poi dalle durissime condanne. Naturalmente non conosco la dottrina e la giurisprudenza penale spagnola. E’ chiaro che per taluni reati, come la malversazione, cioè per l’uso di fondi pubblici per attività illegittime come il referendum, l’azione penale era assolutamente necessaria. Ma mi è parso che un’interpretazione costituzionalmente orientata della vostra norma sulla sedizione, cioè su una figura penale ottocentesca che è sempre, di fatto, al confine con l’esercizio del diritto di riunione e di protesta politica, avrebbe forse consentito una derubricazione del reato o, comunque, l’applicazione di pene più lievi della media di 10 anni di reclusione.
        In ogni caso la magistratura ha fatto il suo mestiere. Ma il nostro mestiere – di filosofi e teorici del diritto – non è forse quello di far valere la ragione? E la ragione – dirò l’essenza – della democrazia, non consiste forse, anzitutto, nella convivenza pacifica delle differenze, di tutte le differenze di identità delle persone? E il mestiere della politica non è quello di mediare i conflitti e di risolverli razionalmente? Non era forse possibile, da parte della politica e della stampa, stigmatizzare duramente l’indipendentismo ma, insieme, prendere le distanze dal processo, sdrammatizzare la questione e cercare un compromesso? Manolo scrive giustamente che i populisti di sinistra esprimono una “sinistra reazionaria”: sono totalmente d’accordo, i populisti sedicenti di sinistra favoriscono immancabilmente i populismi di destra. Aggiunge inoltre che l’indipendentismo catalano ha provocato la crescita di una forza di destra estrema come Vox. Ne sono convinto anch’io. Ma un contributo ulteriore a questa crescita non è forse venuto dall’aver ammesso Vox come parte civile nel processo, così politicizzando il contraddittorio come luogo spettacolare del conflitto identitario tra opposti nazionalismi? Non sarebbe stata una risposta più saggia e più opportuna, da parte della cultura giuridica, se anziché parlare di “colpo di stato” si fosse fatto ricorso a vecchie e collaudate categorie come l’“inesistenza” e il “reato impossibile”, e si avesse così squalificato il referendum e la dichiarazione di indipendenza come atti inesistenti, ben più che invalidi o illeciti, per totale difetto di competenza e, sul piano penale, come reati impossibili (“La punibilità è esclusa”, dice l’art. 49, comma 2, del codice penale italiano, “quando, per la inidoneità dell’azione o per la inesistenza dell’oggetto di essa, è impossibile l’evento dannoso o pericoloso”)? Giacché mi pare innegabile che tutti erano perfettamente consapevoli, così come lo fummo in Italia a proposito del referendum della Lega, dell’assoluta inidoneità di simili iniziative a produrre  un qualunque effetto giuridico.
       Temo insomma – come osservatore esterno, ma vi assicuro che tutti i giuristi italiani con cui ne ho parlato hanno seguito il processo con sorpresa e con preoccupata perplessità – che il clamore che ha accompagnato il giudizio penale, l’uso della carcerazione preventiva, la campagna politica condotta dalle forze della destra contro gli imputati e le altissime pene inflitte ai condannati abbiano avuto l’effetto di inasprire il conflitto, e perciò di aggravare, anziché di risolvere il problema. Il problema invece – devo forse dirlo al principale teorico dell’argomentazione? – si risolve solo con il dialogo, con l’argomentazione appunto, e con il confronto tra le opposte ragioni.
       A questo punto, comunque, il processo si è concluso con dure condanne, e non mi pare che abbia molto senso continuare uno scontro tra sordi in ordine alla sua valutazione giuridica, oltre tutto condizionato dai nostri diversi ordinamenti e dalle nostre diverse passate esperienze. Piuttosto, a me pare, ci troviamo di fronte a un classico conflitto civile e politico che, dopo la condanna, giustifica un indulto o, ancor meglio, un’amnistia diretta a realizzare la pacificazione nazionale e, con essa, la convivenza e il pacifico rispetto tra diversi, cioè, ripeto, le condizioni elementari della democrazia. Che utilità ha, per l’unità della Spagna, per la sua coesione sociale e per la sua immagine di democrazia matura, tenere in galera dieci persone nelle quali, a torto o a ragione, qualche milione di cittadini identifica i suoi rappresentanti, così accreditando presso una parte della Catalogna, poco importa se minoritaria o maggioritaria, l’idea che esse siano state vittime di un processo politico? Penso insomma che sarebbe un segno di forza e di saggezza, da parte del governo spagnolo, ed anche da parte della cultura giuridica e politica, promuovere un provvedimento di clemenza. Per quanto ci riguarda, la cosa più utile che possiamo fare è discutere tra noi di tutti gli aspetti della questione, mostrarne tutte le valenze politiche e giuridiche sul piano sia della teoria del diritto che della teoria della democrazia e così portare un contributo di ragione al dibattito politico. Per questo, se lo ritenete opportuno, potreste pubblicare questa mia lettera e, magari, aprire sulle nostre lettere un dibattito.
       Con la profonda stima e amicizia di sempre,
                  Luigi